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Agostino Arrivabene, Visitazioni

In quest’epoca anomala globalizzata in tutto, persino nelle paure, le mostre d’arte riaffiorano nelle città come sporadici punti ad aggregazione controllata. Tra mostre di recupero e proposte strabordanti di opere create ad hoc nel magmatico e virulento confinamento forzato dei mesi passati, spicca un’esposizione temporanea personale che travalica queste due, a tratti spasmodiche, tendenze.

Visitazioni di Agostino Arrivabene, mostra curata da Domenico Maria Papa per Art Site Fest al Museo Civico Pier Alessandro Garda di Ivrea fino al prossimo 22 novembre 2020, ha il carattere filosofico che ogni mostra dovrebbe avere sempre, ancor di più in questi tempi di graduale e inevitabile allentamento delle maglie delle nostre quotidiane certezze. Questo carattere è quello per il quale l’artista, nel dialogo tra sé e l’essente, crea immagini in grado di dialogare su terreni a tratti inconoscibili per lo spettatore. L’evocatività del prodotto artistico, attraverso la sua potenza espressiva, dovrebbe stimolare dubbi atavici nella coscienza dello spettatore, dovrebbe promuovere domande in grado di riportare il focus verso l’onnipresente e laica sacralità della vita.

In altre parole, l’artista dovrebbe assumersi la responsabilità d’essere rabdomante delle coscienze, di ergersi (consapevolmente o meno) quale faro che nella tempesta del tempo incerto indica la via per la riscoperta dell’essenza di ciò che ci compone e ci circonda.

Agostino Arrivabene è uno di questi artisti. Moderno taumaturgo dell’immagine, non si piega biecamente alle logiche del mercato d’occasione (il COVID-19, per esempio), bensì propone opere universali, in grado d’essere attuali in ogni tempo. E non è infatti un caso che, sotto la per lui sempiterna egida di Leonardo Da Vinci, commistioni tecniche antiche (produzione artigianale dei colori, recupero dell’encausto, legni antichi e fossili come supporto per la pittura, etc) con suggestioni rinascimentali, con simbolismi che riecheggiano di Gustave Moreau, di preraffaellitismo, persino di Frederic Edwin Church, di Pietro Annigoni e oltre ancora sino a più recenti contemporanei.

In Visitazioni, Arrivabene propone opere del suo passato, dal più recente a quello delle sue origini artistiche di metà anni Novanta, mostrando al visitatore la portata profetica della sua arte, una quintessenza della sua sensibilità d’artista, un distillato di simboli, filosofie e sacralismi mediati dal suo estro e dalle sue personali tappe biografiche. In questo, attualissimi sciami batterici si alternano con cangianti nubi ora celestiali anticamere alla sublimazione dell’anima, ora prodromiche a ctonie manifestazioni d’avversa natura.

Opere, dunque, che fungono da icone non immediatamente decifrabili e che proprio grazie alla loro vanitosa inafferrabilità turbano e attraggono, senza mai lasciare indifferenti.

E poi, oltre le nubi, Lucifero, Orfeo e cesellate vanitas a ricordarci la finitudine dell’essere umano.

Insomma, Visitazioni è una mostra che merita una visita. Ma forse anche due o tre o più ancora.

Danilo Cardone

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